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La Collegiata di Bellinzona

La Collegiata di Bellinzona, dedicata ai santi Pietro e Stefano, è stata costruita sul sedime ricavato dalla demolizione di una vecchia chiesa di S. Pietro, caduta in rovina.
Il progetto per la ricostruzione è stato affidato dal Consiglio del Comune nel 1511 ad un ingegnere comasco, Tomaso Rodari, scultore e architetto del Duomo di Como.
I lavori di costruzione si sono iniziati nel 1517 o nel 1518 e si sono protratti per tutto il XVII secolo. L'edificio venne terminato nel 1785.
La facciata, di pietra nera di Castione, si eleva maestosa nel centro storico cittadino. Sulla sommità delle lesene sorgono le statue seicentesche dei re Davide e Salomone mentre, sul frontone centrale triangolare, svetta il simulacro della Vergine affiancato da due angeli tubicini della stessa epoca. Il portale maggiore, sul cui architrave si può ammirare lo stemma della città e, sopra, in una nicchia, la statua di S. Pietro, è attribuito a Giovanni Ghiringhelli, patrizio bellinzonese.
Stupendo è il rosone di cinque metri di diametro a dodici raggi, eseguito verso la fine del Cinquecento o principio del Seicento.
Ai suoi lati fan bella mostra di sé, entro due nicchie, le statue dei santi Stefano e Lorenzo.
Il tetto della chiesa è in pietra e sopra il tamburo quadrangolare della cupola si alza la lanterna a forma di tempietto, costruita nel 1745-47.
Il campanile, che si erge sul lato settentrionale del tempio, iniziato nel 1567 e terminato nel 1583, accoglie alla sua sommità sei campane, tutte fuse nel 1823 da Bizzozero di Varese.
L'interno di questa chiesa a navata unica con cinque cappelle per lato è dominato dall'altare maggiore, e questi, a sua volta, sul fondo dell'abside dal quadro raffigurante la Crocifissione, opera attribuita a Simone Peterzano.
Il dipinto, che misura m. 5.80 per 2.55, è del 1568-69.
L'altare maggiore, progettato da Giuseppe Baroffio di Varese, è stato realizzato da Francesco e Giacomo Marchese e da Bernardo Giudice di Saltrio, nel periodo 1763-65.

Passando in rassegna le dieci cappelle laterali, entrando dalla porta principale a sinistra, troviamo:

  1. Cappella di Sant'Anna, attestata dal 1678. L'altare, del 1743, è opera di Giuseppe Maria Pancaldi di Ascona.
  2. Cappella della natività di Gesù, attestata dal 1747, come l'altare.
  3. Cappella della Madonna di Lourdes, attestata dal 1850 ca. L'altare, del 1850, è opera di Elia Buzzi e Maurizio Callò. Alcune tele sono del Genovesino (Bartolomeo Roverio -1608)
  4. Cappella del Sacro Cuore di Gesù, attestata dalla seconda metà dei XIX secolo. L'altare è del XVIII secolo.
  5. Cappella della Madonna del Rosario, fondata nel 1752 ca. e ristrutturata nel 1811-12. L'altare, del 1811-12, è opera di Giuseppe Catella di Simone da Viggiù (Varese). La statua della Vergine col Bambino e due angeli sono di Raimondo Ferraboschi di Laino,1658.


Entrando dalla porta principale a destra, troviamo:

  1. Cappella di San Gaetano di Thiene, attestata dalla prima metà del XIX Sec. L'altare, del XVIII secolo, è opera di Giuseppe Maria Pancaldi di Ascona, metà del XVIII secolo. La statua di San Gaetano di Thiene col Bambino è del XIX secolo. Alcuni dipinti sono di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone e bottega.
  2. Cappella di San Carlo Borromeo, attestata dal 1629. L'altare è del 1747.
  3. Cappella del Corpus Domini, attestata dal 1579. L'altare, 1778, è opera di Francesco Maria Colombara da Ligornetto. Di rilievo le tele (1601-10) del bolognese Camillo Procaccini e bottega, in particolare L'Ultima Cena.
  4. Cappella di San Luigi Gonzaga, attribuita dal 1776 ca. L'altare è del XVIII secolo.
  5. Cappella di San Fulgenzio martire, fondata tra il 1752 ed il 1756. L'altare è del XVIII secolo, mentre le statue lignee dei Santi Pietro e Paolo sono della prima metà del XVII secolo.


Il pulpito, attribuito a Francesco Antonio Grazioso Rusca di Rancate, venne eseguito nel 1784. È una grande balaustra rotonda con baldacchino, innestata al pilastro dell'arco trionfale sinistro. Sulla cupola del baldacchino, fra due cherubini, si erge la statua della Fede.
Sulla destra di chi entra nel tempio dal portale principale, si trova l'acquasantiera grande di marmo, detta anche Fontana sforzesca o Trivulziana perché ritenuta proveniente da un castello degli Sforza. È un autentico gioiello dell'arte scultorea lombarda.
In questa chiesa c'è però un'altra acquasantiera. È quella che si può ammirare, al lato opposto del pulpito, ai piedi dei pilastro dell'arco trionfale destro. Di marmo lavorato e scolpito è considerata un'opera dell'arte rustica del XVI secolo.
Sulla sinistra di chi entra dal portale principale si trova invece il Battistero, opera di Gaspare Mola di Coldrerio. La bella vasca marmorea del fonte battesimale è del principio dei XVII secolo. Del 1610 è il ciborio di noce scolpito e intagliato che copre la vasca.
Sopra il portale principale interno si possono ammirare la cantoria e l'organo.
Il nucleo dell'organo è ancora quello originario costruito nel 1588 dall'organaro bresciano Graziadio Antegnati. Successivamente ampliato più volte tra la fine del Seicento ed i primi decenni del Novecento, lo strumento è stato recentemente (1989-98) restaurato dagli organari Mascioni di Cuvio. La cassa e Ia cantoria attuali sono opera del falegname Defendente Cerino da Cerro (Milano) e risalgono al 1701.

Il restauro 1980 - 1999
Gli interventi di restauro iniziati nel 1980 furono voluti dall'allora Municipalità di Bellinzona che, coadiuvata dalle Commissioni federali e cantonali per la salvaguardia dei Beni Culturali, decise, dopo minuziose ricerche storiche e tecnico-artistiche, di optare per un restauro conservativo. Unico intervento innovativo, in funzione della nuova liturgia, è stato concesso per il presbiterio. Il presbiterio attuale è stato realizzato nel 1999 su progetto dell'architetto Piero Ceresa di Bellinzona, che ha pure curato gli ultimi importanti interventi di restauro generale dell'edificio, comprese le decorazioni pittoriche ed a stucco (1980-1999).

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Santa Maria delle Grazie

Il Municipio di Bellinzona ha celebrato la riconsegna del Monumento alle autorità e alla popolazione, con due distinte cerimonie avvenute i giorni di venerdì 17 e sabato 25 marzo 2006.


Cenni storici

S. Bernardino da Siena (1380 – 1444), fu accolto nell'Ordine dei frati minori francescani nel 1402. Il Papa, lo destinò quale Commissario apostolico "in partes Helvetiorum", come Vicario dell'Ordine dei Frati Minori Osservanti.
Il suo passaggio e la predicazione in terra Helvetica, fu molto viva e sentita dai fedeli tanto che, al di fuori delle mura del Borgo di Bellinzona, nei pressi dell'antica strada che portava a Lugano, grazie a Fra Serafino della famiglia De Mollis, e al padre di tale Bartolomeo de Focis, i frati francescani dell'Osservanza Lombarda ricevettero in dono un appezzamento di terreno sul quale fu loro possibile costruire la Chiesa di S. Maria delle Grazie e il Convento.
I primi documenti che parlano della Chiesa di S. Maria delle Grazie risalgono al 27 settembre 1480, data in cui il Consiglio del Borgo di Bellinzona, decise favorevolmente al progetto di costruzione da parte dell'Ordine dei Frati Francescani, di un Convento e dell'annessa Chiesa (…quod contenti sunt quod in territorio Birinzone fiat conventus Ordinis Fratrum sancti Francisci), citandolo poi ancora nel 1482 come "Conventus...noviter constructii".
Per mezzo delle poche e frammentarie informazioni disponibili, è stato possibile definire quale anno di inizio della costruzione della Chiesa e del convento, il 1481.
L'epidemia di peste scoppiata sul finire del secolo, allungò considerevolmente i tempi costruttivi  della Chiesa, protraendoli fino al 1495 e compromettendone la completazione di molti decori interni.
Nel 1498 il Consiglio di Bellinzona decreta delle sovvenzioni a diverse chiese destinando la somma più cospicua ai frati di S. Maria delle Grazie per il convento costruito fuori dalle terre di Bellinzona.
Il 5 settembre 1505 avvenne la consacrazione della chiesa da parte di Mons Giulio Galardo da Salò suffraganeo del Card. Federigo Sanseverino Vescovo di Novara per facoltà di Mons. Antonio Trivulzio Vescovo di Como.
Lo schema costruttivo della Chiesa, tipico di tutte le chiese conventuali dell'Osservanza francescana lombarda di fine '400, si ripete sempre medesimo. Altri esempi simili sono la Chiesa degli Angioli a Lugano, la Chiesa di S. Maria delle Grazie a Varallo e le Chiese di S. Bernardino a Caravaggio e a Ivrea.
Un tramezzo murario centrale, tramite una parete di forte spessore, che espone tramite un racconto pittorico la vita e la passione di Cristo, separa l'edificio in due: un'aula destinata ai fedeli (aula quadrangolare maggiore) e un'aula (o chiesa conventuale) riservata ai frati nella quale si apre il presbiterio e il coro.
La parete affrescata che decora l'aula destinata ai fedeli é divisa verticalmente in tre ordini di scene, è partita a specchi quadrati da tre serie sovrapposte con  lesene decorate di candelabre. L'opera è datata 1495-1505 ed è attribuita a Gaudenzio Ferrari.

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Nel tramezzo murario, ai lati dell'androne (unico collegamento tra l'aula conventuale a l'aula dei fedeli), sono situate le Cappelle quadrangolari di S. Antonio e del Mortorio della Vergine aperte, differentemente dalle altre Chiese dell'Osservanza lombarda, solo verso l'aula dei fedeli.
Sopra queste cappelle e l'androne, trova posto la tribuna (o cantoria), anticamente chiamata Paradiso, aperta unicamente verso l'aula conventuale, era accessibile solo dal loggiato del convento.
Sul lato settentrionale dell'aula dei fedeli, sporgenti dal corpo dell'edificio e con forma ad abside trapezoidale, si aprono le tre Cappelle contigue e intercomunicanti di S. Bernardino, di S. Francesco e dell'Immacolata.
Dietro l'altare barocco del 1738 che ne maschera l'accesso, si trova il coro, anch'esso quadrato con crociera a sesto acuto formato da costoloni in laterizio.
Dal 1635 al 1636 furono affrescate le lunette orientali e settentrionali del chiostro rappresentanti parecchi episodi della vita di S. Francesco.
Nel periodo che va dal 1696 al 1715 sotto la direzione di Padre Gaetano Lampugnani furono portate a compimento diverse opere di ingrandimento e abbellimento tra le quali l'inserimento degli stalli del coro e del pulpito.

La Chiesa ed il Convento restarono nelle mani dei frati dell'Osservanza francescana fino al 1803 anno di nascita del Cantone Ticino. Il 19 giugno di quell'anno il Gran Consiglio decretò che tutti i beni di proprietà delle Coprorazioni religiose precedentemente sequestrati durante il periodo della Rivoluzione Francese fossero rimessi alle rispettive amministrazioni che avrebbero però dovuto ogni mese presentare al governo i conti delle proprietà con il rispettivo inventario.
Nel 1810, la Provincia religiosa degli Osservanti di Milano, dai quali i frati di S. Maria delle Grazie dipendevano, venne soppressa per ordine di Napoleone. I frati chiesero di conseguenza al Legislativo Cantonale di ottenere la cittadinanza svizzera rivolgendosi nel contempo al Nunzio Apostolico di Lucerna di fare da loro protettore. Nel 1817 chiesero e ottennero di essere affiliati alla Provincia religiosa di S. Tommaso Apostolo di Torino facente parte del loro Ordine.
Con decreto legge emanato il 30 giugno 1848, il Cantone Ticino soppresse tutte le Corporazioni religiose, tra cui quella di S. Maria delle Grazie, incamerandone i beni e i frati Osservanti (detti anche Padri Zoccolanti), essendo di nazionalità straniera, furono allontanati dal cantone.
Nel corso del mese di settembre dello stesso anno, per disposizione governativa, gli stabili furono messi a disposizione di una Confraternita di frati Cappuccini di nazionalità svizzera che vi costruirono un Ospizio composto da pochi membri. Vi rimasero fino al 1852.
Il complesso, venduto dallo Stato al Comune di Bellinzona nel 1853, passò tre anni dopo nelle mani del Canonico Ottavio Molo e, alla sua scomparsa, nel 1892 l'intera proprietà, oramai inabitabile, passò nelle mani della Comunione ereditaria che la misero all'asta nel 1916.
Due ereditiere acquisirono gli edifici che vennero poi venduti  il 23 giugno 1919 a Mons. Aurelio Bacciarini in rappresentanza della Fondazione Paganini-Rè che lo acquistò per realizzare, accanto alla chiesa, la casa di riposo per gli anziani che iniziò la sua attività il 1 luglio 1921.
Nel 1933 fu eretto a sud Il Conventino messo poi a disposizione della Congregazione religiosa dei Padri Sacramentini che vi rimasero fino al 1955, anno in cui la chiesa fu nuovamente affidata ai frati Minori Francescani (Frati Osservanti).

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La ricostruzione e il restauro

 

Restauro curato dagli architetti Fernando Cattaneo e Sergio Cattaneo (durata dei lavori: dal 1995 al 2005)


Dopo la partenza dei Frati Cappuccini, la Chiesa rimase chiusa al culto per molti anni, fino al 1919, anno in cui, per iniziativa di Don Giosuè Prada, appena nomitato Rettore, iniziarono le campagne di esplorazione della Chiesa, i cui lavori iniziarono nel luglio del 1922 con la rimozione dei detriti addossatti alla Parete Nord della Chiesa dalla rovinosa alluvione e straripamento del Dragonato avvenuta nel 1768.
Durante queste esplorazioni vennero alla luce innumerevoli e pregevoli affreschi tra cui: La Dormizione nella Cappella del mortorio attribuita anch'essa a Gaudenzio Ferrari, La visita di Maria SS. a Elisabetta nella Cappella di S. Antonio e di Autore ignoto, Il Ciclo Mariano e La Pietà del Coro, anch'essi di Autore ignoto, e una Santa Chiara.

I primi veri lavori di ristrutturazione e restauro, furono effettuati, grazie ai sussidi cantonali e federali tra gli anni 1926 e il 1929.
In seguito, tra il 1979 e il 1982 venne rifatto il tetto e fu eseguito il primo importante restauro dell'Affresco della Crocifissione.
Oltre ai precedenti lavori di restauro, e fino al devastante incendio scoppiato nel pomeriggio del 31 dicembre 1996, non si conoscono altri interventi di ristrutturazione e restauro di una certa entità, tant'è che dopo l'incendio del 1996, si iniziò a parlare immediatamente di difficili e delicatissimi lavori di ricostruzione, ristrutturazione, e restauro della Chiesa.
Infatti, oltre agli ingenti danni causati dall'incendio, già durante i primi interventi urgenti di messa in sicurezza dell'edificio e degli affreschi, sono stati riscontrati importanti dissesti strutturali (vistose crepe della larghezza di 6-8 cm. passanti l'intero spessore delle murature), e il profondo degrado di taluni materiali costruttivi (mattoni e malte delle volte e degli archi portanti) dovuti alla scarsa qualità e all'invecchiamento precoce degli stessi nel tempo, e precedentemente non visibili.
Quanto riscontrato dai tecnici, ha immediatamente fatto capire che non si sarebbe potuto effettuare un semplice e tradizionale restauro, ma era assolutamente indispensabile intervenire preliminarmente e in modo profondo sull'edificio per salvaguardarne l'integrità e la stabilità apparsa immediatamente molto precaria.
La mancanza di dati storici certi del periodo antecedente il '900, di dati significativi relativi al restauro effettuato negli anni '20, e di riscontri tecnici riguardanti gli interventi costruttivi succedutisi nel corso dei tempi, hanno allungato considerevolmente i tempi di indagine preliminare sulle strutture dell'edificio e sui dipinti, e di conseguenza reso molto lungo l'allestimento del progetto definitivo, che viene approvato il 18 ottobre 1999 da tutte le istanze competenti (Uffici cantonali, Uffici federali, e dal Municipio).
Il 15 febbraio del 2000, viene stanziato il credito di costruzione da parte del Consiglio Comunale, e il 20 marzo del 2000 hanno così avuto inizio i veri e propri lavori con il consolidamento, e il parziale rifacimento, delle fondazioni dell'edificio.
La tematica del restauro, molto dibattuta negli ultimi decenni, è tutt'oggi fonte di diverse e talvolta opposte vedute, tant'è che sono nate diverse scuole che seguono pensieri molto diversi tra loro.
La tematica, di per se stessa già molto complessa, diventa ancor più complessa quando si deve intervenire in edifici storici che nel corso dei secoli, attraverso i vari periodi storici, hanno subito diverse trasformazioni e evoluzioni artistiche interpretabili sia in senso positivo che negativo. Si pensi ad esempio alla negazione ottocentesca (con copertura e talvolta parziale distruzione) dei bellissimi e pregevoli affreschi quattrocenteschi e seicenteschi a favore dei decori in stucco, talvolta anche di scarsissima qualità artistica, in voga in quell'epoca.
 
Ogni qual volta si interviene con ristrutturazioni e restauri in un edificio di valore storico, dovendo assolutamente tenere in debita considerazione molti fattori interconnessi e inscindibili tra loro, la presa di qualsiasi decisione riguardante l'indirizzo da dare al restauro, nonché la restituzione finale da dare allo stesso, genera sempre vivaci discussioni; guai se non lo fosse!
In mancanza di riscontri oggettivi, risulta però molto difficile valutare (ed è l'eterna riflessione fatta nell'ambito dei lavori di restauro), dove iniziare e dove fermarsi nelle indagini e nelle ricerche storiche prima, e nel restauro dopo.
Molte volte è indispensabile trovare il giusto compromesso per ottenere il giusto equilibrio nella restituzione "ripulendo" le opere pregiate dagli interventi di scarsa qualità artistica.
Ma il questito che assilla da sempre gli storici e i restauratori è sempre lo stesso: fino dove è giusto arrivare?
Per S. Maria delle Grazie, nonostante durante la fase di progettazione sia stato deciso di eseguire un restauro di indirizzo prettamente conservativo, l'impostazione dello stesso si è rivelato particolarmente difficile in quanto si è dovuto affrontare e risolvere nello stesso momento le problematiche di carattere storico-artistico, alle quali si è aggiunta la necessità inderogabile di dover intervenire profondamente sulle strutture così da eliminare definitivamente le delicatissime problematiche di ordine strutturale e statico riscontrate nell'edificio.
Mentre si effettuavano le indagini preliminari su strutture e decori, è emersa in modo chiaro la  necessità di avere in mano il maggior numero possibile di dati conoscitivi certi e approfonditi sull'edificio, in modo da poter risolvere nel modo più ampio e migliore possibile, sia le problematiche tecniche, sia quelle storiche, sia quelle artistiche, prima dell'inizio dei lavori, sfruttando nel contempo tutti i dati disponibili per ottenere  un'ottimale restituzione finale riducendo notevolmente i tempi necessari alla fase esecutiva.
Questa volontà era anche dettata dalla necessità di poter usufruire di dati certi per poter allestire, in parallelo al progetto, un preventivo attendibile così da evitare sorpassi di costo durante i lavori, cosa questa non così scontata in qualsiasi lavoro di restauro.
Gli interventi previsti, non sempre facilmente scindibili tra di loro, sono stati suddivisi in quattro fasi principali susseguitesi cronologicamente nel tempo: il consolidamento strutturale (sottomurazione delle fondazioni, cucitura delle crepe delle murature, rifacimento completo delle volte e delle arcate portanti), la legatura statica delle pareti e della base del tetto (tirantatura delle pareti e coronamento dell'appoggio del tetto), la messa "fuori acqua" dell'edificio tramite la posa del nuovo tetto (fino a quel momento si è lavorato al di sotto del tetto provvisorio posato subito dopo l'incendio), i diversi lavori di ripristino, finitura, e restauro dei decori fissi e mobili (ripristino degli intonaci, dei pavimenti, restauro degli affreschi, degli stucchi, delle tele, …).
Conclusi i lavori di consolidamento strutturale, e messo "fuori acqua" l'edificio con la posa del nuovo tetto, grazie a tutte le analisi di laboratorio prcedentemente allestite in fase di progettazione, nella primavera del 2002 sono iniziati i diversi lavori di ripristino e finitura nonché il delicato restauro degli affreschi e degli stucchi che sono proseguiti, tenuto conto delle dimensioni e dell'importanza degli interventi, in modo celere.
Il restauro dei dipinti murali si è rivelato particolarmente impegnativo per diversi aspetti. Diversi affreschi hanno infatti dovuto essere "strappati" (sono poi stati ricollocati nella loro originaria posizione in un secondo tempo) per permettere il risanamento strutturale (smontaggio e ricostruzione totale) della volta del Coro, dell'Arco trionfale e dei tre archi  che sorreggono la Parete della Crocifissione.
Per la ricostruzione di questi ultimi è stato necessario anche togliere e rimettere in seguito gli stucchi che decorano la parte bassa della Parete della Crocifissione e i sott'archi delle Cappelle di S. Antonio, Del Mortorio, e dell'Androne.
A complicare ancor di più il restauro dei dipinti murali vi sono stati i danni causati dall'incendio: il forte calore che ha "cotto" alcuni pigmenti pittorici, la fuliggine e le particelle fini di cenere sono penetrate in profondità nella muratura e si sono aggrappate all'intonaco dipinto rendendo più difficile la pulitura degli stessi, l'acqua di spegnimento che ha rovinato i pigmenti più fragili quali i verdi (terre) e i blu (azzurrite), e i detriti del tetto che hanno lesionato le strutture e i dipinti, nonché gli stucchi.

Si può comunque dire senza ombra di dubbio che, considerate le notevoli difficoltà incontrate, il risultato del restauro, che sarà concluso entro la fine del corrente anno, sarà sorprendente.

 

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Chiesa del Sacro cuore

La chiesa e il convento del Sacro Cuore in via Varrone 12 a Bellinzona sono stati inaugurati il 23 novembre 1939. I Cappuccini della Svizzera Italiana incaricarono due giovani architetti Carlo e Rino Tami che progettarono il complesso, non dove i frati avevano indicato - nelle vicinanze della stazione Bellinzona-Mesocco - ma più a nord, dicendo che la città si sarebbe ben presto sviluppata in quella regione.
Per l'esterno fu impiegato il granito della Riviera, nell'interno il rivestimento è in mattoni cotti provenienti da Riva San Vitale, purtroppo tutti dello stesso colore. Un pittore li passò ad uno ad uno dando tinte diverse con un intruglio da lui inventato e mai rivelato. Questa soluzione dei mattoni a vista suscitò qualche polemica; ci fu chi scrisse sui giornali che era una chiesa non finita perché mancava l'intonaco.
Le polemiche si accesero per la Via Crucis di Guido Gonzato, pittore di Mendrisio, che dipinse le quattordici stazioni con dei riquadri sulle pareti stagliati in modo indipendente l'uno dall'altro: per eseguire questo lavoro chiese di essere ospitato in convento e di avere un muratore a sua disposizione quando l'estro lo convinceva a dipingere, quindi a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ad opera finita ci furono delle entusiastiche approvazioni, ma anche delle critiche feroci. Lo stesso pittore doveva fare la pala finale, ma proprio per le polemiche suscitate dalla Via Crucis i frati non gliela commissionarono.
A Remo Rossi fu commissionato il grande crocefisso che doveva essere posto sull'altare, ma il suo modello di gesso abbronzato non trovò consensi: ci fu chi disse che assomigliava più ad una donna che non a Gesù. Perciò, sopra l'altare del Sacro Cuore fu messo un crocifisso di Ortisei. Nel 1966, per soddisfare alle esigenze liturgiche dettate dal Concilio Vaticano II, il presbiterio fu ristrutturato, e al posto del crocifisso d'Ortisei sulla parete di fondo, ora, si alternano dei drappi, secondo il tempo liturgico. La bella facciata in granito con rosone non fu disegnata, ma le pietre furono collocate da operai specializzati secondo la loro intuizione. Sopra le arcate del portico i simboli marmorei dei quattro evangelisti sono opera di Remo Rossi. Sul portale ligneo d'ingresso due formelle, scolpite da Pierino Selmoni, rappresentanti i santi Pietro e Paolo. Nell'interno, da destra a sinistra: sotto la prima arcata, statua devozionale del Sacro Cuore. Sotto la seconda, bassorilievo della Madonna col Bambino, lavoro fiorentino della scuola dei Rossellino. Sotto la terza, tela settecentesca di S. Francesco di ottima fattura italiana. Nella lesena destra del presbiterio, dietro l'ambone (con la scritta PAROLA), tabernacolo barocco di ignoto autore tedesco.
Al centro altare e sedie lignee, a sinistra grande e bellissimo crocefisso del quattrocento, scultura probabilmente tedesca. Accanto, pila marmorea quale battistero. Scendendo nelle arcate di sinistra: sotto la prima, dietro la consolle dell'organo, quadro raffigurante il testo meditativo di San Nicolao della Flüe. Sotto la seconda arcata, icona russa rappresentante la risurrezione con la vita del Redentore. Nell'ultima arcata statua lignea devozionale di S. Antonio da Padova. Sopra il portone d'entrata le canne di un organo Balbiani collocate negli anni cinquanta. Tutta la chiesa ispira alla preghiera e alla meditazione e, per la sua semplice bellezza, è iscritta nell'elenco dei monumenti protetti.

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Chiesa di San Rocco

Fondata da Jacopo Cattaneo nel 1330 quale chiesa di Santa Maria del Ponte è stata am- piamente ricostruita nel 1478. La Confraternita di San Rocco prese possesso della chiesa nel 1583. Nel 1998 sono awenuti importanti lavori di restauro. Edificio a rettangolo con un piccolo campanile a sinistra della facciata. Dipinti di considerevole valore: l'Assunta, databile della prima metà del sec. XVII, e Santa Lucia, bella tela della seconda metà del sec. XVII. AI piano superiore della sagrestia, allineato alla chiesa, c'è l'oratorio della Confraternita. Vi si trova coro con stalli con decorazioni in rilievo e parte terminale a traforo, opera della seconda metà del sec. XVII.


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Chiesa dei Santi Battista ed Evangelista detta San Giovanni

Opera dell'architetto Matteo Pisoni da Ascona, fra il 1760 e il 1762 per richiesta dei canonici agostiniani. Imponente edificio di stile protoneoclassico. Facciata a due piani, terminata da un timpano e ritmata da pilastri. Presenta un portale centrale e cinque nicchie contenenti statue di santi. Internamente aula ben articolata con tre cappelle per Iato e coro con abside semicircolare. Nel coro, in alto, notevole dipinto con l'Adorazione dei Magi il cui autore è Daniele Crespi o artista di sua bottega (inizio sec. XVII).

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Chiesa di San Biagio in Ravecchia

È la più antica chiesa di Bellinzona; l'attuale edificio, risalente al XII-XV secolo, più volte trasformato in epoca barocca e rinnovato nel 1890, è il risultato di restauri e opere di "ricostruzione medioevale" degli anni 1912-1914 ad opera del pittore E. Berta.
Quando la parrocchia di Ravecchia nel 1583 si rese autonoma da quella di Bellinzona per ordine di San Carlo Borromeo, la chiesa di San Biagio ne divenne la parrocchiale.
È una costruzione basilicale semplice a tre navate, con la torre campanaria quadrata ricostruita nel XV secolo e con la facciata a capanna, che conserva affreschi della fine del Trecento nella lunetta sopra .la porta e nel gigantesco San Cristoforo.
All'interno della triplice navata si possono ammirare vari frammenti d'affreschi, pitture in gran parte fatte eseguire da lanolo Rusca nel 1422.
Degno di particolare nota è il dipinto, olio su tela, raffigurante la Madonna con il Bambino fra San Biagio e San Girolamo, datata 1520, di pittore Dominicus del lago di Lugano, non ancora identificato.

 

 

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Oratorio della Madonna della neve

Cappella di pellegrinaggio sulla strada che porta al castello di Sasso Corbaro. Costruzione radicalmente trasformata ed ingrandita nel 1750 con l'aggiunta di una cappella accanto al Iato destro. Coro poligonale. Sopra il portale: affreschi del sec. XVIII con scena dell'incontro di Cristo con la Samaritana. Interno di due campate voltate a crociera: sopra il coro si erge una cupola ovale in due piani con affresco dell'incoronazione delle Vergine, de! sec. XVIII. Nell'abside: tre quadri raffiguranti rispettivamente l'incontro ad Emmaus, un monaco orante e la Comunione di Santa Maria Maddalena. Nelle lunette: angeli con gli strumenti della Passione di Cristo, sulla volta: figura della Madonna. Sopra l'altare: affreschi delle scene del Compianto e di Cristo nell'Orto degli Ulivi, fine sec. XVII. Dipinti forse eseguiti da Giuseppe Petrini verso il 1700, rappresentano la morte della Madonna e di San Giuseppe. Sulla tribuna: pittura con Erodiade e Giuditta, opere della fine del sec. XVII, ritratti di Francesco von Mentlen, 1699, e di Carlo Antonio von Mentlen, 1701.

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Chiesa parrocchiale di San Quirico, Daro

Edificio barocco a pianta rettangolare con canonica addossata del 1775. l'insieme delle due costruzioni forma un pittoresco corti letto al quale si accede per una porta ad arco. Accanto alla facciata s'innalza imponente il campanile datato 1537. All' interno la chiesa presenta due campate e un coro voltati a crociere e decorati a stucco. Sull'arco trionfale quadro neo- barocco con la rappresentazione del giudizio di Salomone. Sulla parete frontale: statue della Madonna e dei santi Pietro martire e Quirico, opere della prima metà dei sec. XVII.

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Chiesa di San Sebastiano, Artore

Sulla collina, in posizione panoramica. Nell'abside si trova una Crocifissione affrescata in A sinistra, Arbedo, stile tardo-gotico (fine sec. XV).

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Chiesa Parrocchiale di Sant'Andrea, Carasso

Massiccia costruzione dei secoli XV-XVI con coro semicircolare a Iato del quale si erge il robusto campanile con tetto a piramide. Sopra il portale è visibile la data 1735. Internamente la navata è voltata a crociere separate da una breve botte; sul coro s'innalza una cupola. Nella cappella laterale di sinistra: altare in stucco e statua della Madonna della metà del sec. XVII. Nella cappella battesimale: tracce d'affreschi del sec. XVII.

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Chiesa di San Paolo detta anche "Chiesa Rossa", Arbedo

Questa chiesa è sorta sull'arca di un oratorio dei sec. XIII-XIV, ampliata e restaurata suc- cessivamente. Sulla facciata, affresco raffigurante S. Paolo attribuito ad Antonio da Tradate e, nella lunetta del portale, pittura a fresco della Passione di Cristo (sec. XV). Interno: affresco della Crocifissione, trasportato su tela, della metà del sec. XV; affreschi attribuiti a Nicola da Seregno ed altro, votivi dei sec. XV e XVI d'ignoti autori; negli altari laterali, statue e stucchi secenteschi. Soffitto ligneo a cassettoni. Si ritiene erroneamente che la chiesa sia stata edificata per ricordare la battaglia di Arbedo svoltasi da quelle parti nel 1422 fra le truppe confederate e l'esercito lombardo vincitore, capitanato dal conte di Carmagnola.

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